La mia Epifania

Dopo vent’anni come Guida Ambientale Escursionistica, un imprevisto di salute mi ha costretto a fermarmi.

È stato uno stop forzato, ma anche un tempo prezioso.

Nel silenzio e nella lentezza ho imparato a osservare la vita e i luoghi da angolazioni nuove, più profonde.

Questa è stata la mia epifania: capire che ogni sentiero non è solo un percorso nella natura, ma un intreccio di storie, di tracce del passato, di esperienze personali.

La natura conserva la memoria, proprio come noi.

Quest’anno torno a camminare.

Il mio primo trekking lo dedico a me stesso, al mio ritorno, con una consapevolezza diversa.

Vi proporrò escursioni sensoriali, anche notturne e in totale sicurezza, lungo tracciati capaci di restituirci energie preziose. Cammineremo tra paesaggi naturali e segni della storia, ma soprattutto ci prenderemo il tempo di ascoltare.

Ma lungo il cammino non mancheranno piacevoli sorprese: la possibilità di camminare scalzi, sentire la terra sotto i piedi, riattivare uno a uno tutti i sensi.

Perché lungo un sentiero non si condividono solo passi: raccontiamoci le nostre storie.

Spesso mi isolo nel mio mondo.

Per molti la montagna è fatta di vette e sentieri; per me è molto di più.

È solitudine che accoglie.

È connessione silenziosa.

È ascolto, presenza, immersione in un mondo che parla piano ma arriva in profondità.

La guida è anche questo: uscire da soli, alla ricerca di qualcosa di inedito.

Curiosare tra le rocce in cerca di un segno, scovare una fioritura, lasciarsi sorprendere da ciò che non è scritto sulle mappe.

È lì che ritrovo ciò che conta davvero.

E poi c’è la condivisione.

Quella vera, fatta di sguardi, di passi lenti, di emozioni che passano da persona a persona senza bisogno di troppe parole.

Ed è da questo che nasce il mio essere guida:

non per indicare una strada, ma per accompagnare altri a vedere, a sentire, a entrare in relazione.

Perché guidare non è stare davanti,

è camminare insieme.


Passi scalzi

Diamoci il tempo di togliere le scarpe.

Come quando eravamo bambini e il mondo arrivava diretto: la terra fresca al mattino, i sassolini sul sentiero, le radici intrecciate da evitare, l’erba che pizzica tra le dita dei piedi.

A volte ci fermavamo al ruscello: l’acqua fredda che scivolava tra le dita, i sassi lucidi sotto i piedi nudi, il suono dell’acqua che correva veloce e ci faceva ridere senza motivo.

Si camminava senza pensieri, senza protezioni, senza paura di sporcarsi. Il corpo imparava prima della mente, ogni passo era una scoperta, ogni foglia, ogni ciottolo, un piccolo insegnamento.

Non si correva per correre: si sentiva la terra, il fruscio delle foglie, il vento che portava odori di muschio e fiori selvatici. Le impronte si lasciavano e subito scomparivano.

Il tempo si allungava fino al tramonto, tra profumi di ruscello e erba bagnata, finché qualcuno chiamava il nostro nome da lontano.

Forse crescere è questo: ricordare com’era camminare così, e avere il coraggio, ogni tanto, di togliersi le scarpe e fidarsi di nuovo del mondo.

2009, prime esperienze da guida ambientale escursionistica.

Oggi 31 gennaio 2026, con l’amico Matteo, compagno di mille avventure sulle Apuane e non solo, sono tornato a Vinca, piccolo borgo incastonato tra le Alpi Apuane, dove i suoi genitori hanno una casa. E subito la mente è corsa a un’esperienza di qualche anno fa, intensa e indelebile.

Vinca è un paese che sembra resistere al tempo, fatto di pietra, silenzi e boschi che custodiscono storie antiche. Ma nasconde anche una ferita profonda: nell’agosto del 1944 fu teatro di uno dei più atroci eccidi nazifascisti delle Apuane. Uomini, donne, anziani e bambini furono massacrati senza pietà. Le montagne e i sentieri qui non sono solo natura: sono memoria viva. Camminare tra queste strade significa sentire il peso di quella storia, il rispetto per chi ha perso la vita e la responsabilità di non dimenticare.

Grazie a Laura ero stato coinvolto come aiuto in un campo estivo ospitato nella vecchia scuola di Vinca. All’epoca ero poco più che trentenne, e ogni giorno ci spostavamo nei dintorni: un giorno alle terme di Equi, un altro al rifugio Garnerone, un altro ancora a raccontare storie attorno a un falò nel bosco. Tra una giornata e l’altra non mancava mai una tappa che per noi era diventata un rito: alla bottega della Andreina. Un luogo semplice, autentico, dove il paese si ritrovava e dove il pane di Vinca, fragrante e genuino, raccontava più di mille parole la vita e l’anima di queste montagne.

Ricordo quei ragazzi che oggi sono quasi trentenni. Arrivavano con le loro Nintendo, timorosi perché era proibito usare cellulari e videogiochi. Eppure, alla fine del campo, piangevano perché non volevano più tornare a casa. Era chiaro: avevano riscoperto qualcosa che tutti abbiamo dentro di noi, un legame primordiale con la natura, con la libertà e con la vita vera.

Quando finivano quei campi, me ne andavo sempre più ricco: i ragazzi sapevano trasmettere un’energia pura, vitale, capace di toccare l’anima.

E oggi, tornando a Vinca e passando di nuovo alla bottega della Andreina per comprare quel pane, ho sentito che alcuni luoghi, come certi ricordi, non muoiono mai.

Restano dentro, forti, luminosi e immortali.

Toscana, strada facendo

Itinerari tecnici e racconti di viaggio

Dopo anni di viaggi attraverso la Toscana, in auto, in moto, in bici e a piedi, è arrivato il momento di raccogliere tutto ciò che il tempo ha sedimentato: dati, mappe, fotografie, luoghi e, soprattutto, emozioni.

Da questa esperienza nasce una guida che attraversa la regione da nord a sud, dall’Appennino alle Alpi Apuane, passando per le valli toscane, il Monte Amiata, fino alla Maremma.

Toscana, strada facendo non è solo una guida geografica, ma un invito a viaggiare con lentezza.

Propone itinerari pensati per l’andare piano, per il camminare pensando, per osservare il paesaggio e lasciarsi attraversare dai luoghi, concedendo spazio al silenzio, al tempo e alla riflessione.

È una guida tecnico–narrativa, in cui le informazioni pratiche su strade, sentieri e percorsi convivono con il racconto personale.

Ogni territorio viene esplorato attraverso scorci nascosti, atmosfere, sapori, tradizioni, folklore e memoria locale, intrecciando il viaggio con l’enogastronomia e la cultura del luogo.

Non una guida da consumare in fretta, ma da percorrere lentamente.

Per chi sceglie di viaggiare con attenzione, lasciando che la Toscana si racconti strada facendo.

Camminando nella notte tra ombre e presenze.

Mi sono fermato dentro la capanna di Caribá per scrivere questo racconto. Seduto tra legno e ombre, con le finestre chiuse e l’aria che profuma di legno e montagna, ho sentito il bisogno di mettere parole a ciò che la montagna mi regala.

Stasera sono salito quassù, alla capanna di Caribá, sotto il monte Folgorito. Torno spesso in questo luogo perché qui accade qualcosa di essenziale: il corpo rallenta, il respiro si organizza, la mente smette di opporsi. È un cammino semplice, ma capace di ristabilire un equilibrio profondo. Questo è il mio posto del cuore, uno spazio in cui anima e corpo tornano a riconoscersi.

Qui, sotto il Folgorito, ho voluto salutare un amico che aveva scelto il movimento come forma di vita. Gianni era una persona rara: nonostante le difficoltà del corpo, custodiva un’energia tenace, una gioia che non chiedeva permesso. Amava camminare, pedalare, sentire la strada sotto i piedi e sotto le ruote della sua bicicletta, sua compagna fedele, estensione naturale del suo desiderio di andare. La Via Francigena non era solo un percorso, ma un modo di stare al mondo.

In luoghi come questo il ricordo non pesa, non trattiene: diventa presenza. Una presenza silenziosa che accompagna, che osserva, che continua a camminare accanto.

Ciao Gianni, veglia su di noi.

Dopo la salita alla croce del monte Folgorito, ho trovato riparo nella capanna di Caribá. È sera. Laggiù, in lontananza, si vedono le luci della città, piccole scintille che non smettono di muoversi, frenetiche e lontane. Qui dentro, invece, la luce è quella lenta e calda di una candela accesa, le ombre danzano sulle pareti del bivacco, invitando a rallentare. Le due luci si guardano da lontano: una chiassosa e superficiale, l’altra intima e silenziosa, ma entrambe mi parlano del mondo e della vita, e io scelgo di restare con quella che mi fa sentire presente.

In questo spazio protetto il tempo si dilata: il respiro si fa più leggero, i pensieri perdono urgenza. È qui che diventa possibile entrare in sintonia con la natura, cambiare passo, riattivare tutti i sensi e lasciar andare ciò che non serve. Non per fuggire, ma per tornare all’essenziale. Non per dimenticare, ma per integrare.

Tra poco accenderò la mia lampada frontale e saluterò questo luogo magico, preparandomi per il ritorno.

Mi aspetta ancora un tratto di sentiero nel bosco, dove resto solo con la notte e con gli animali che la abitano. Ormai sono abituato a questo camminare nel buio: non mi spaventa, mi ancora alla terra. In assenza di luce superflua, i sensi si affinano, il passo diventa più attento, la presenza più piena.

Camminare così mi ricorda che sono vivo.

Rimangono solo i pensieri: quelli belli, che nutrono, che all’improvviso fanno venire un sorriso sul viso.

La strada giusta si trova camminando, non aspettando.

Ieri, a San Pellegrino in Alpe, al bar da Pacetto, dopo una ciaspolata, ho incontrato un vecchio amico, un mio compagno di corso, oggi collega Guida Ambientale Escursionistica. Tra un mirtillino, un amaro e due parole è emerso che sono quasi vent’anni che abbiamo fatto il corso di Guida Ambientale Escursionistica.

Una frase semplice, ma sufficiente a farmi tornare indietro nel tempo, a quando mi chiedevo come si diventa davvero una guida.

Avevo circa trent’anni e sentivo che la vita mi stava chiedendo una scelta. Lavoravo nell’ufficio tecnico di una multinazionale del settore idraulico. Le grandi vetrate del mio ufficio davano sulla caserma dei vigili del fuoco e ogni mattina, quasi senza accorgermene, li osservavo: manutenzione dei mezzi, addestramento, le partenze in sirena.

In quell’ufficio, oltre all’idea di diventare pompiere, iniziò a balenarmi sempre più spesso anche quella di fare la guida: un lavoro che mi avrebbe permesso di trascorrere le giornate all’aria aperta, camminare nella natura e trasmettere i miei saperi a chi avrei accompagnato. Era un pensiero che univa condivisione e libertà, il desiderio di stare con gli altri senza rinunciare a me stesso.

Un giorno ho capito che non era più solo un pensiero: era una necessità.

Così ho deciso di cambiare. Ho chiesto il part-time e ho iniziato a pormi una domanda semplice e spaventosa allo stesso tempo: cosa voglio fare davvero?

Le risposte erano lì da sempre: stare all’aria aperta, camminare nella natura, mettermi al servizio degli altri. Ho sempre creduto che essere utili agli altri sia uno dei modi più sinceri per esserlo anche verso sé stessi.

Mi sono informato, ho studiato, ho iniziato i corsi per diventare Guida Ambientale Escursionistica e Vigile del Fuoco discontinuo. In quegli anni mi sono iscritto anche alla facoltà di Scienze Naturali dell’Università di Pisa. Non sono riuscito a portarla a termine, ma mi ha lasciato qualcosa di fondamentale: uno sguardo più consapevole sull’ambiente e sul fragile equilibrio che lo sostiene.

Dopo aver conseguito l’abilitazione alla libera professione di Guida Ambientale Escursionistica, ho avuto la fortuna di iniziare subito a lavorare. Era il 2007. Accompagnavo persone lungo la Via Francigena, quando ancora non era la meta conosciuta di oggi. Percorrevo il tratto dal Passo della Cisa a Lucca, in sei tappe, giorno dopo giorno, passo dopo passo.

È lì che ho capito cosa significa davvero essere una guida. Non solo indicare un sentiero, ma tenere insieme il gruppo, ascoltare, rispettare i tempi, condividere la fatica e il silenzio. È stata un’esperienza formativa, intensa, profondamente umana.

Da allora, per quasi vent’anni, ho portato avanti entrambe le professioni. Oggi, guardandomi indietro, penso a tutte le persone che ho accompagnato e ringrazio ognuna di loro. Se lungo quei cammini sono riuscito a trasmettere un po’ di conoscenza, ma soprattutto un po’ di amore per i luoghi attraversati, allora so di aver scelto la strada giusta.

Forse è proprio questo il senso più profondo del fare la guida: accompagnare, condividere, lasciare qualcosa e, allo stesso tempo, tornare a casa ogni volta un po’ più ricchi.

La Pefana dal bezzico chijo.

Ho un ricordo vivido di questo periodo dell'anno, la prima volta avevo 5/6 anni e continuato a farlo per altrettanti anni a seguire, quando mio nonno paterno, chiamava con modi gentili, il sottoscritto e mio fratello, dicendoci..oggi pomeriggio dopo mangiato, andiamo " ai polli" (parcheggio dell'hotel di famiglia, luogo da noi così chiamato perché la bisnonna custodiva gelosamente i polli.), bisogna fare una cosa...

E lì ci insegnava a fare il "fascetto" per la Befana (da noi Pefana).

Da una catasta di legna di potatura dei platani/pioppi, si sceglievano gli stecchi più adatti per il "fascetto".

Questo fascetto, non era altro che un insieme di 30/40 legnetti accatastati, lunghi circa 40/50 cm, con un diametro di un cm o due, tenuto insieme da filo di ferro stretto con la tronchesina da carpentiere, dove io puntualmente, nello stringere assieme i lembi del filo di ferro, mi procuravo sempre i famosi "petteretti", sul dito indice della mano destra.

Nel fare questi fascetti, il nonno ci raccontava della Befana, che arrivava dalla Tambura, indicandoci con il dito il monte tra le nuvole, carico di neve, scendeva giù dalla via Vandelli.

《vedete quella è la Tambura, vicino alla "bella addormentata" (il profilo del m. Contrario e Grondilice)》.《 La vecchietta è infreddolita, arriva a piedi da lassù con suo "miccetto" (asinello), quindi è un dovere accogliere ed omaggiare questa donna anziana dal.. "bezzico chijo, che al camine quanto al po, per portare a quei fantin un capagno pien de noce e biscuttin...》

Con gli anni poi capisci l'importanza di questi gesti, che mio nonno ci insegnava accuratamente.

Il "fascetto", racchiude in se molteplici insegnamenti,.. fare qualcosa di utile giocando, (perché poi questi fascetti servivano per accendere il fuoco nel grande camino dell'albergo), aiutare i più deboli, la fratellanza, l'accoglienza, insomma tutte quelle buone pratiche che spesso dimentichiamo di attuare e di trasmettere alle generazioni future.

Io ho avuto la fortuna di avere un grande maestro di vita, mio nonno paterno, Umberto Bigini, al quale devo molto.

Buon anno Buona rinascita

Buona epifania Pace è Salute

Il pastore che è in me

Quando ero alle scuole elementari, c’era una domanda che la maestra ci faceva spesso, come un piccolo rituale per aprire finestre sul futuro: “E tu, da grande, cosa vuoi fare?”

I miei compagni rispondevano sicuri: l’astronauta, il calciatore, il pompiere, la ballerina, la dottoressa. Erano sogni luminosi, presi in prestito dai libri e dagli schermi.

Io invece, quando arrivava il mio turno, mi prendevo un attimo, quasi per ascoltare una voce che veniva da dentro. Poi dicevo, con una timidezza che però non lasciava spazio ai dubbi: “Da grande voglio fare il pastore.”

Ricordo ancora gli sguardi increduli, qualche risatina, ma io restavo serio. Quel sogno per me era vero, profondo, un richiamo che non sapevo spiegare.

Da bambino vedevo il pastore come un uomo libero.

Lo immaginavo camminare tra i pendii della montagna con passo sicuro, seguito dai suoi cani da guardiania e da conduzione, ciascuno con un ruolo preciso, parte di un equilibrio antichissimo. Mi affascinava quel mondo fatto di vento, silenzi e gesti tramandati da generazioni.

Nella mia fantasia il pastore aveva tempo: tempo per osservare, per ascoltare la natura, per leggere un libro all’ombra di una quercia mentre il gregge pascolava tranquillo. Era un custode di saperi che non si imparano a scuola, un uomo che conosceva la terra come si conosce un amico.

Ero affascinato dai racconti delle transumanze, degli alpeggi estivi, dei viaggi verso le Maremme, dai contatti che si instauravano con gente lontana, dallo scambio delle tradizioni, e forse grazie anche a questi scambi si sono tramandati antichi culti e incisioni rupestri, qui si incidevano “pennati” nelle rocce. Poi c'era il fascino di scrutare il cielo, le stelle, la luna… chissà, magari abbiano inciso anche qualche antico calendario, proprio come quello di Masso Faggionni sopra le alture di Carrara.

Gli anni sono passati, e come succede spesso, i sogni d’infanzia si sono mescolati alla vita vera. Io ho preso altre strade, ma senza mai allontanarmene del tutto. Per vent’anni ho fatto la guida ambientale escursionistica: accompagnavo persone lungo sentieri che conoscevo da sempre, mostravo ambienti che avevano custodito la mia crescita, raccontavo storie ascoltate negli ovili, nei paesi piccoli, nei bar dove la montagna si trasmette di voce in voce.

In quegli anni sono stato anche vigile del fuoco discontinuo: un altro modo, diverso ma affine, di prendersi cura degli altri, di essere presente dove serve.

Oggi mi occupo di ambiente, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Un lavoro che a volte sembra lontano da quei pascoli di fantasia, ma che in realtà porta con sé la stessa radice: proteggere, osservare, prevenire, accompagnare. È sempre una forma di custodia, solo declinata in un mondo fatto di aziende, impianti e persone che si affidano alla mia competenza.

Eppure, ora che sono vicino ai cinquant’anni, quel sogno d’infanzia torna a farsi sentire con una chiarezza nuova. Rivedo il bambino che ero e mi accorgo che forse aveva capito più di quanto pensassi. Il desiderio di diventare pastore non era una fantasia strana, ma una direzione, una bussola che ha continuato a orientarmi anche quando non me ne rendevo conto.

Oggi, quando immagino la mia vecchiaia, vedo ancora quell’uomo tra gli animali, tra i monti, tra i ritmi lenti delle stagioni. E mi dico che forse non è troppo tardi.

Forse potrei davvero avvicinarmi a quella vita semplice e profonda: un’estate in alpeggio, un piccolo gregge, qualche stagione passata tra pascoli e sentieri.

Perché quel sogno non mi ha mai abbandonato. Ha cambiato forma, si è adattato ai tempi, ma è rimasto fedele come un cane da pastore che aspetta il suo padrone. E oggi come allora continua a chiamarmi, con la stessa voce calma e antica.

La grotta del Canonico . Parte 1

La chiamano la Grotta del Canonico, ma per me è stata soprattutto la mia prima vera "scoperta".

Avevo appena iniziato ad interessarmi all'arte rupestre: un mondo muto, fatto di segni antichi che aspettano solo lo sguardo giusto per raccontare qualcosa. La passione per le Alpi Apuane, invece, l’avevo dentro da sempre. Quei monti ricchi di storia e di un gran fascino, mi chiamavano, e io rispondevo ogni volta addentrandomi nei loro boschi, cercando tracce, pietre, storie.

Da guida delle Apuane, le mie giornate erano fatte di sentieri e di silenzi, in quei luoghi non luoghi permeati da magie e leggende. In quel periodo mi ero fissato con un tracciato che univa la Rocca di Massa al Monte Folgorito, nella zona sospesa del Pasquilio, dove non sai più se sei a Massa o a Montignoso. Anticamente quel cammino era conosciuto come via della Mazzatora: un nome ruvido, antico, che sembrava già da solo una leggenda.

Lungo quel sentiero avevo già incontrato la Grotta delle Crucie, conosciuta tra gli appassionati, ma non era ancora abbastanza. Mi attirava l’idea che lì, dove per secoli erano transitati pastori e animali, potessero essersi accumulati segni più antichi, tracce di una devozione o di un passaggio dimenticato.

Quel sentiero l’avevo fatto almeno venti volte. Sempre sporco, sempre chiuso. La vegetazione sembrava volerlo inghiottire, e l’unico modo per avanzare era la mia pennata, che apriva un varco dopo l’altro.

Ci tornavo comunque, ostinato, come se mi aspettasse qualcosa che ancora non riuscivo a vedere.

Fu un pomeriggio d’autunno che accadde.

Ero nei castagneti dell’Altare Tambura, un luogo che già nel nome porta un presagio: lì si erge un grande masso segnato da coppelle, croci e sgraffiti. Sul lato frontale, il volto inciso dai capelli mossi dal tempo sembra osservare chi passa. Non c’era nessuno quel giorno. Solo io, Sabù e Principessa, i miei compagni di sempre.

Le foglie secche coprivano il terreno come un tappeto fragile. Il bosco era immobile, tratteneva il fiato. Stava arrivando l’imbrunire, quella luce sottile che trasforma tutto in un confine.

Fu allora che Sabù si fermò di colpo.

Chinò la testa e cominciò a bere da una piccola cavità nella roccia, nascosta sotto uno spesso strato di foglie. Mi incuriosì. Mi inginocchiai e spostai lentamente il fogliame.

Quella vaschetta non era una cavità qualsiasi.

Aveva proporzioni, forme, bordi che non potevano essere casuali.

Qualcosa dentro di me si accese.

Mi tirai su e mi guardai intorno. Solo allora mi resi conto di essere su un pianoro a picco su tre lati, sospeso nel vuoto come la prua di una nave. La luce stava calando troppo velocemente. Il bosco diventava un’ombra unica. Sentii la prudenza mordermi le caviglie.

Decisi di tornare indietro.

Ma mentre scendevo verso la macchina, la mente era rimasta lassù, su quella rupe. Ogni passo era un pensiero, ogni respiro un dubbio: che cos’era davvero quel luogo? Perché proprio lì?

Quella notte dormii poco.

All’alba ero già sulla strada.

Avevo portato con me alcuni strumenti per ripulire il pianoro. Il bosco era ancora umido, il giorno faticava a svegliarsi. Salito sulla rupe, cominciai a togliere foglie, rami e detriti.

E la pietra cominciò a parlare.

La prima cosa che vidi furono due crociformi incisi, netti e profondi

Il cuore prese a battermi più forte. Continuai, con movimenti lenti, attenti. Tolsi un po’ di muschio e apparvero coppelle, poi altre incisioni, e infine alcune scritte consumate dal tempo, tra le quali..Canonico.

Ogni segno era una rivelazione.

Ogni scoperta una specie di colpo al petto.

Mi inginocchiai, presi il taccuino e iniziai a fare un piccolo rilievo.

Scattai fotografie, misurai, osservai.

Il mondo intorno era immobile, come se l’alba si fosse fermata ad ascoltare.

Avevo trovato qualcosa. Non sapevo ancora cosa, né quanto fosse antico o importante.

Ma sapevo che, da quel momento, quel luogo sarebbe rimasto parte di me.

VIA FRANCIGENA MASSA (MS), BELLISSIMI PANORAMI, MA ANCORA CRITICITÀ E ABBANDONO.

Correva l'anno 2008, tra contestazioni di studiosi locali, insulti vari, menefreghismo delle amministrazioni precedenti

15 anni fa, non solo c'ho provato, ma ci sono anche riuscito a portare la via Francigena pedonale a passare dal centro di Massa A gratissseeee, senza scuse, senza dire ..non ci sono soldi o cose simili.

Mai un grazie, mai un articolo nel giornale, mai un invito ufficiale di riconoscimento. Adesso i meriti se li prendono tutti gli altri.

Ma non mi interessa, so di aver lavorato sodo per il bene comune, non ero in campagna elettorale ero solo un cittadino ed un professionista orgoglioso lungimirante, che aveva lo scopo di portare gente a conoscere le nostre meravigliose ricchezze, lontano dalla zona industriale.

Dico solo che a distanza di anni, ci sono ancora pellegrini che si perdono per mancanza di segnaletica adeguata.

Ci tengo a precisare l'importanza dell'associazioni locali, guide ambientali escursionistiche e gruppi di mbt, che negli ultimi anni, lavorano sodo e cercano di promuovere questo tratto di via francigena e percorsi collegati.

Oggi è un percorso pubblico, dove tutti giustamente possono camminare a passo lento, correre, fischiare e cantare spensierati.

In quel periodo facevo la guida da Pontremoli a Lucca in 6 tappe, il progetto interregionale (emilia-liguria-toscana) si chiamava camminacammina, e veder criticato proprio il mio tratto era avvilente, quindi mi adoperai per cambiare questo destino nefasto. L'ho portata a passare dal candia e centro storico, altrimenti era ancora laggiù in via dorsale, tra amia, cermec, resinature, polveri, tra strade trafficate da camion, senza nessuna sicurezza per i camminatori, ecc ecc. dove le critiche negative del Touring club portavano a bypassare completamente il tratto massese, i pellegrini salivano in treno ad Avenza e scendevano a Pietrasanta.

Da circa 15 anni è percorso ufficiale, riconusciuto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, ma non lo è diventato con uno schiocco di dita, ci sono voluti anni, riunioni, incontri,i studi e devozione, senza mai prendere una lira.

Buon cammino